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   Tanti anni di studi e ricerche sul presepe e sugli scultori napoletani mi facevano pensare, ormai da tempo, che l'incontro con un soggetto veramente unico e singolare sarebbe stato improbabile: la composizione qui presentata testimonia che con 'incontri' sono sempre possibili.
  Le contenute dimensioni di questo piccolo scoglio ellittico (h. 58x45x31 cm) popolato da cinquantotto animali - alti non più di 2,5 cm - e da cinquantadue figurette - altre tra i 7 e gli 8 cm - tutti in terracotta policroma, velati dalla patina d'uovo per proteggere il colore dalle alterazioni del tempo, lascerebbero pensare a un modelletto per una successiva, vasta composizione, ma la estrema compiutezza formale e la mancanza della Taverna - scena ineludibile nei presepi sei-settecenteschi - evidenziano lo scopo eminentemente devozionale del soggetto.
   L'alto senso della decorazione è riposto nelle dorate pietre del tempio diruto con lesene rivestite da pergamena dipinta a lapislazzulo, mentre la singolarità  della scenografia è corroborata dalla disposizione delle numerose e varie valve di madreperla che ne ornano la base. Tutto questo, arricchito da circa sessanta rametti di corallo, sottolinea il valore simbolico e propiziatorio assegnati dal cromatismo e dai materiali a questo minuto presepe che, molto verosimilmente, fu ideato e realizzato per solennizzare la nascita di un primogenito e a lui donato in occasione del Natale, così come da tempo voleva la tradizione.
   Ogni elemento appare coordinato in perfetto rapporto tridimensionale tra la scenografia, le figure e gli animali: ciascun soggetto si presenta attentamente modellato nel proprio atteggiamento in funzione dell'azione, senza ripetizioni o repliche.
   Il rudere che ospita la Natività  indica il persistere del gusto neoclassico, mentre gli sfondati sui quattro lati riprendono la tipologia del presepe a più punti di vista; sulle balze si svolge l'Annuncio ai pastori all'addiaccio, mentre in un anfratto dorme Benino. Intorno vari gruppi indicano la via verso la grotta: il 'ricco massaro' con la famiglia ed i villici sono partiti dal borgo antico; gli orientali negli sfavillanti vestiti - che sembrano ripresi dalle mascherate ispirate alle visite delle ambascerie turche - si avviano verso il tempio recando preziosi doni al Bambino poverello che giace tra le vetuste pietre.
   Senza confronti è l'ardita e singolarissima composizione dei putti in gloria intorno alla colomba dello Spirito Santo, esempio unico per la complessità  della resa miniaturistica nell'avvolgente movimento del volo, che indica la presenza di un vero scultore.
   Ma chi fu l'autore - o gli autori - di questo singolare presepe? A stare a quanto suggeriscono sia la tipologia sia la morfologia dei soggetti, bisogna pensare a due artefici, uno per gli animali e un altro per le figure.
   Il primo è individuabile in Tommaso Schettino proprio per la stretta analogia di resa anatomica, plastica e cromatica degli animali con gli esemplari conosciuti che l'artista realizzò per i vasti presepi tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento. Egli fu anche plasticatore di figure dalle contenute dimensioni, oltre che modellatore - a partire dal 1783 - presso la Real Fabbrica Ferdinandea delle porcellane, dove realizzò le forme per gli animali che completavano i gruppi di figure. Presso la medesima manifattura Ferdinandea già  prima del 1783 (e fino al 1804) operò come modellatore Giovanni (fratello di Tommaso), del quale si conoscono diverse figure e gruppi di porcellana firmati o siglati. L'eleganza, la raffinatezza della sintesi formale e l'andamento dei panneggi attentamente modellati e rifiniti delle figurine di questo presepe ci riportano ai modi di Giovanni Schettino. A titolo esemplificativo uno dei raffronti possibili è con il gruppo che raffigura L'Africa (Napoli, Museo di Capodimonte), databile intorno al 1790, assegnabile alla collaborazione tra i due fratelli. Inoltre vi è uno stringente rapporto iconografico con le figurine in biscuit riproducenti le Vestiture del Regno realizzate a partire dal 1785 (Firenze, Museo degli Argenti).
   Non si hanno notizie precise sulla sorte degli Schettino dopo la chiusura della manifattura di porcellane nel 1806, ma è verosimile che essi ancora per molti anni vissero sostenendosi con la loro attività  di modellatori di figure per presepi. Una doppia 'S' ottenuta da una concrezione calcarea, ai piedi di un rametto di corallo attesta la loro presenza.
   Il senso intellettualistico di matrice neoclassica che si ritrova nei personaggi borghesi, rustici e negli orientali di questo presepe è estraneo alle più celebrate manifestazioni di gusto settecentesco che persistettero nei presepi dei primi decenni dell'Ottocento.

 
 

Gennaro Borrelli

Notizie tratte da:
G. Borrelli, Il presepe napoletano, Roma 1970.
A. Caròla Perrotti, La porcellana della Real Fabbrica Ferdinandea (1771-1806), Napoli 1978.

 

 

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